Ecosistemi imprenditoriali instabili: italiani forse troppo affezionati alla propria impresa?

Women Generation 20.02.2020. WiBF incontra le protagoniste dell’innovazione italiana.

Benedetta, Paola, Micaela e Valeria sono le protagoniste di “Women Generation”, l’evento organizzato lo scorso 20 febbraio 2020 da WiBF presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La tavola rotonda, moderata da Tonia Cartolano, Giornalista di Sky TG24, aveva l’obiettivo di condividere il percorso e l’esperienza di alcune delle donne più influenti del mondo dell’imprenditoria italiana. Dalle speaker presenti all’evento è stata approfondita la tematica dell’innovazione in settori quali Fintech, Internet & Tech, Food & Drinks e Legal 

In maniera provocatoria la tavola ha affrontato trasversalmente la questione imprenditoria femminile per rispondere al diffuso scetticismo italiano riguardo a donne giovani imprenditrici.

Grazie agli interventi delle nostre speaker vorremmo rispondere alla domanda che WiBF ha individuato.  

Innanzitutto, cosa impedisce all’Italia di creare ecosistemi imprenditoriali?

Sappiamo bene che la trasformazione digitale è il presente. Se le aziende non hanno intrapreso questa strada dobbiamo dare la colpa alla mancanza di capitale umano o di capitali

Questo è un grandissimo dibattito che si ha sia all’interno delle aziende consolidate sia nell’ecosistema imprenditoriale delle start-up in Italia. Ci sono diverse scuole di pensiero per quanto riguarda questo topic: una riguarda la mancanza di venture capital dunque ci riferiamo al fallimento di mercato nel finanziamento delle imprese, l’altra dice che i capitali sono agnostici. Ci sono tante chiavi di lettura di questo fenomeno, ma il fulcro è che in Italia è presente una scarsa abitudine all’imprenditore “seriale”. Chi è l’imprenditore “seriale”? Colui che esce da Paypal e crea Tesla, come Elon Musk

Questo tipo di imprenditoria è diffusa principalmente in città estere come Parigi ed Amsterdam, per non parlare della Silicon Valley, all’interno delle quali un lavoratore si forma nell’azienda, aumenta il suo bagaglio culturale, esce e crea una startup. Le nostre speaker hanno parlato di esperienze personali in cui si sono interfacciate con persone che hanno addirittura fondato 8 aziende. Tali founders al momento della quotazione erano soliti venderne alcune portandosi dietro parte della squadra, mentre la restante era incentivata a creare a sua volta il proprio business. Divenire un imprenditore di successo presuppone l’aver avuto un buon coaching da parte di altri imprenditori. 

Un altro esempio lo troviamo in Estonia: una ventina di anni fa nasce Skype che poi diventa Microsoft. C’è un’intera generazione che da allora ha creato grandi aziende, tanto per parlare di un paese con 1,3 milioni di abitanti, non si tratta dunque di mancanza di capitale umano. Benedetta Arese Lucini e Paola Bonomo,  parlando della propria esperienza personale, tengono a precisare che hanno avuto la possibilità di lavorare per aziende come Uber e Facebook prima ancora che toccassero i propri rispettivi apici di successo. Persone che hanno avuto l’opportunità di lavorare in queste “Giga-Aziende” sono davvero poche e sono tutte all’estero; in Italia è molto bassa la percentuale di persone che hanno lavorato nel digitale e Fintech di dieci anni fa. 

È la mancata formazione a livello accademico che porta tali aziende a non aprire in Italia? No, probabilmente queste Giga-Aziende del Tech non hanno proprio avuto la possibilità di venire nel nostro paese per diversi motivi, sia politici che per expertise. In Italia, se guardiamo alle storie di successo degli ultimi vent’anni, notiamo delle differenze: chi ha fondato aziende di successo in passato è ancora lì a gestirle, ormai grandi e quotate. Non è solo un problema del digitale. Se pensiamo a Solomeo in Umbria, dove è nata la meravigliosa realtà di Brunello Cucinelli con la fabbrica, il teatro e la biblioteca, praticamente un umanesimo quasi idealistico, perché da lì non sono nati altri quindici Brunello Cucinelli? È questo il grande dilemma.

Forse c’è l’abitudine dell’imprenditore a cavalcare la sua meravigliosa creatura, rimanere al comando e casomai poi passare le redini ai propri figli. Ciò non succederebbe però a Londra, Parigi, Amsterdam, Tel Aviv. “La mancanza di competenze imprenditoriali in Italia penalizza la qualità del nostro ceto imprenditoriale e crea meno opportunità per i giovani”,  afferma la dott.ssa Bonomo. Non è necessariamente l’imprenditore ventiduenne appena laureato che fa un’azienda di successo, ma è molto più probabile che sia il Manager quarantacinquenne che, dopo aver incontrato un problema durante la sua carriera, decide di mettersi in proprio. Tutte queste cose in Italia non le abbiamo ben metabolizzate, per cui a questo punto, non si tratta più di capacità o incapacità imprenditoriale, bensì di cultura e ambiente

E gli ostacoli aumentano quando i giovani e in particolare donne si interfacciano con ambienti storicamente a prevalenza maschile e di altra generazione, come quello dei finanziamenti e degli investimenti, come raccontato da Micaela Illy, in cui risulta davvero difficile essere presi sul serio. 

In conclusione, “there will be no economic growth without a social development”, quindi siamo noi, nuove generazioni di donne e uomini intraprendenti che abbiamo il compito di rimboccarci le maniche e cercare di creare un ecosistema imprenditoriale migliore ed internazionale.  

Panel speakers

Benedetta Arese Lucini, specializzata nel settore high-tech e startup con esperienze lavorative eterogenee in Europa, Stati Uniti e Sud Est Asiatico, torna in Italia come General Manager di Uber. Terminata la sua esperienza nella compagnia californiana che ti permette di prenotare un autista privato, ha creato Oval Money, l’App che analizza ciò che spendi e ti fornisce idee per risparmiare in vista di un obiettivo futuro. Lanciata nel Regno Unito a Ottobre, oggi è disponibile anche in Italia. 

Paola Bonomo è tra le figure chiave dell’economia digitale in Italia. Vanta posizioni di Non-executive director di diverse società italiane, pubbliche e private, quali Telecom Italia, Axa Assicurazioni e Piquadro. Dal 2009 è socia di Italian Angels for Growth ed è considerata una delle 50 donne più influenti d’Europa in ambito startup e venture capital. 

Micaela Illy, quarta generazione della dinastia triestina del caffè d’eccellenza, ha fondato nel 2017, insieme a Olivia Burgio, “EatsReady”, una piattaforma che consente di trovare i migliori ristoranti della città e con la possibilità di ordinare e pagare in anticipo. Una start-up giovane, che fa risparmiare tempo ai lavoratori in pausa pranzo e che porta benefici agli stessi ristoratori, che ad oggi vale circa 3 miliardi di euro. E’ stata nominata nella classifica di Forbes Under 30 nel 2019 in Italia posizionandosi prima, insieme ad Olivia, nel settore del Food & Drink.

Valentina Lattanzi è socia del dipartimento di Diritto Banking e Finance di Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners. Pur essendosi formata nei principali studi italiani, Valentina ha una forte vocazione internazionale: prima con gli studi all’Università Sorbona di Parigi, poi come foreign lawyer in uno dei maggiori studi internazionali nel team finance, contribuendo successivamente all’apertura della sede londinese. E’ stata tra le prime ad assistere i clienti italiani nella costituzione e gestione di piattaforme Fintech. 


Angelica Aloisio & Eleonora Mastrippolito