WIBF incontra Michela Lodigiani

La sua storia

Aiutare le donne ad essere più consapevoli per affrontare meglio le sfide della vita. Questa è la missione di Michela Lodigiani, consulente finanziaria presso Fideuram dal 2015 e conduttrice di Ipazia, un podcast che vuole non solo dare risalto a tutte le donne che hanno ricoperto importanti ruoli ma anche ispirare tutte coloro che hanno voglia di fare ma che non trovano il coraggio di cominciare.

Michela non è solo una fonte di ispirazione professionale ma riflette anche a pieno l’empowerment femminile, uno dei valori cardine di Women in Business and Finance che ha avuto la possibilità di intervistarla il 19 maggio. Un’imprenditrice che ha deciso di prendersi cura delle donne, che trasmette carica ed energia. 

Intervista

  1. Qual è stato il Suo percorso di studi e le Sue esperienze professionali? Quali crede siano state le sfide più difficili che ha dovuto affrontare e le Sue più grandi soddisfazioni?

Terminati gli studi nel 2000, comincio un percorso professionale a Milano in una Società di Gestione del Risparmio (SGR) di recente costituzione, una joint venture tra una banca italiana ed una olandese. Vivendo ad Oltrepò Pavese, a circa 70 km da Milano, per me era un sogno lavorare in una città come Milano. Avendo poi come riferimento mio padre, avevo sempre aspirato al lavoro in banca, un mondo che allora era ambito ed era molto diverso da quello di oggi. A Milano mi feci le ossa nel mondo bancario. Lavorare in una SGR giovane e dinamica era molto stimolante e dava grande soddisfazione. Dopo qualche anno, mi proposero il passaggio al private banking, una sfida molto importante che accettai per quanto non sia stato facile inizialmente. Prima di quel momento non mi ero mai relazionata con il cliente finale e all’inizio si hanno i timori del non conosciuto, poi ho capito subito che quello era ciò che desideravo fare: prendermi cura delle persone. Solo con il passare del tempo mi sono resa conto che non mi sentivo più a mio agio in quel contesto.

Nel mezzo di questa insoddisfazione ho deciso di pensare un po’ a me e mi sono realizzata dal punto di vista personale, ed è arrivata mia figlia Giulia.

 Dopo la pausa maternità, alquanto veloce, sentivo che l’insoddisfazione era ancora presente e mi sono detta “quando è così urge un cambiamento” e ho deciso di fare il passaggio di qualità, passando alla consulenza finanziaria per il maggior player italiano. Nonostante tutte le difficoltà del caso, tra cui avere una figlia piccola, mi rimisi a studiare per l’esame di stato e fui iscritta all’albo dei consulenti.  

Il cambiamento mi dà una carica incredibile.

 Ho affrontato questa nuova sfida con la convinzione di volermi distinguere, di voler creare un metodo tutto mio, affrontare la professione come una vera passione e specializzarmi per dare un servizio di valore, dare risposte a una nicchia che poi mi sono creata, fatta di donne, imprenditrici e manager.

Le sfide sono state tantissime. Secondo me ogni giorno è un po’ una sfida, dipende sempre da come si vuole svolgere la propria professione, io generalmente non mi accontento, ho studiato, sebbene sembri non centrare con il mio lavoro, un po’ di marketing e personal branding, ho creato una newsletter e collaboro con un’assistente virtuale che gestisce la parte social curandone l’immagine.

In questa vita scorciatoie non ce ne sono, dubitate da chiunque vi proponga soluzioni facili con risultati immediati. Bisogna sudare e lottare per ottenere ciò che si vuole.

  1. Com’è nata l’idea di Ipazia? Chi, tra le donne che ha intervistato, l’ha colpita di più e perché?

Ipazia è la prima donna matematica filosofa e astronoma della storia e oggi è un grande simbolo di libertà di pensiero e di perseveranza nei confronti del successo di tutte le donne. Ho voluto creare questo podcast per dare risalto a tutte le donne che sono arrivate a ricoprire anche importanti ruoli, evidenziare come ci siano riuscite, quali sono le caratteristiche che hanno e che sono state fondamentali per la loro crescita.

Oggi fare impresa al femminile è un’impresa. 

Vuole essere d’ispirazione perché sempre più donne abbiano il coraggio e la voglia di mettersi in discussione. Tutte le persone che ho intervistato sono persone normali e se ce l’hanno fatta loro vuol dire che si può fare. Non ho una preferita per Ipazia, faccio un’attenta selezione quando propongo le interviste, studio le persone, le aziende, guardo video e presentazioni e mi faccio un’idea per capire se sono persone toste che si legano bene al progetto.

Ognuna di loro mi ha trasmesso qualcosa e in ognuna di loro sono emerse caratteristiche comuni:

determinazione, resilienza, leadership, grande visione, organizzazione, pianificazione obiettivi sia in azienda che nella vita privata: diventa un mindset.

 L’unica differenza che ho notato è il metodo che hanno nello svolgere il loro lavoro. Non c’è una preferita, tante cose comuni ma ognuna ha un particolare metodo che la differenzia dalle altre.

  1. Durante la Sua carriera ha avuto un mentore o una figura/idolo di riferimento?

Sì, c’è stata e c’è. Sono iscritta ad una Academy per consulenti finanziari che hanno come denominatore comune il “fare”, e qui ho conosciuto il mio coach e mentore, è un uomo – Enrico – e grazie anche a lui ho cambiato mindset e sono quella che sono oggi.

Mi ha fatto vedere il mio lavoro da un’altra prospettiva, tirandomi fuori perché faccio ciò che faccio. E ora lo so: voglio la serenità delle mie clienti e delle mie assistite.

Voglio prendermi cura di loro e per farlo è fondamentale lo studio e la pianificazione dei loro vari asset, non solo finanziari ma anche immobiliare, assicurativo ed emozionale.

  1. Il mondo del risparmio è in gran parte dominato dagli uomini. Perché la percentuale di consulenti donne è poco più del 20%? Quanto è radicato il pregiudizio nei confronti delle donne nel settore finanziario?

Sì, il mondo della finanza è ancora molto dominato dagli uomini, anche se ultimamente vedo che la percentuale di donne è aumentata.

Siamo ancora troppo poche perché occorre avere più coraggio.

La consulenza oggi è una di quelle poche professioni che ha davanti un mare di opportunità: l’età media della consulente è molto alta e quindi a breve avremo bisogno di un cambio generazionale di consulenti. Inoltre, abbiamo in mano solo il 20% del mercato, l’80% è ancora in quelle delle banche tradizionali.

In questo settore le porte sono aperte alle donne, il pregiudizio non esiste se ci sono le competenze sia tecniche che le soft skills.

E le donne statisticamente sono più brave per l’empatia, nell’entrare in relazione con il cliente e nel lavorare con il team per portare a termine un progetto.

Molte volte manca la fiducia in noi stesse, dovremmo credere più in noi e nelle nostre capacità.

La donna è più portata a dire: “se non ho la certezza al 100% di poter arrivare a quella posizione allora non ci provo”; questo gli uomini non lo fanno e anche se sanno di avere possibilità molto basse, ci provano e questo buttarsi, provare, rischiare si dovrebbe imparare da loro.

Non provarci significa perdere un’opportunità.

 Il fallimento fa parte della nostra vita. Chi non ha mai fallito? E va bene cadere, perché è così che ci facciamo forti, ne prendiamo atto e andiamo avanti. Però bisogna provarci senza ricercare la perfezione, altrimenti non si parte mai. Ho sperimentato sulla mia pelle che si tende sempre ad una perfezione che non arriverà mai. Quindi consiglio di iniziare e poi migliorare. Un piede davanti all’altro e si fa tanta strada.

  1. Quante crede siano le donne con potenziale inespresso come investitrici e consulenti?

Il potenziale inespresso è veramente tanto, sia come consulenti che come investitrici. La causa è da ricercare nella convinzione comune che la finanza sia materia maschile, cosa che assolutamente non è. Questo è il messaggio che voglio trasmettere, anche nelle mie interviste; spesso chiedo “che cos’è per te la finanza?”. Pensandoci banalmente, la gestione dei figli o la decisione di avere un fondo pensione privato, oggi come oggi di fondamentale importanza, è un obiettivo, è un sogno ed è finanza. Si tratta infatti di pianificare e progettare qualcosa nel tempo.

Tante volte viviamo e tocchiamo con mano momenti e decisioni non sapendo che è finanza.

In questo senso anche in fase di consulenza, voglio che i miei clienti diano un nome ai loro investimenti perché sia chiaro lo scopo. Se una parte del mio patrimonio è destinata all’università di mia figlia, io quell’investimento lo chiamo “Università Giulia” perché in questo modo ho uno scopo ben preciso, sono incentivata a raggiungerlo e non vengo distratta. Sapendo che ho davanti tanto tempo, le oscillazioni di mercato non mi interessano. Ogni anno entro con una quota e vado anche a mediare le oscillazioni di mercato, per cui sono fissa sul mio obiettivo e sono più determinata ad andare avanti. Spesso le donne fanno l’errore di delegare il marito o il padre negli investimenti. Io sono anche contro alla delega piena al consulente finanziario, perché anche per me è importante relazionarmi con una cliente che, per quanto non un’economista, capisca e conosca alcune cose. In questo modo emerge di più il mio valore ed è più piacevole il confronto. Alla base, sono convinta che sia fondamentale essere consapevoli delle proprie decisioni, delle proprie scelte di vita ed essere indipendenti finanziariamente, cosa su cui mi batto molto. Un imprevisto può sempre succedere, banalmente un divorzio, ed ecco che tutto cambia.

Dobbiamo tutelarci ed essere consapevoli delle nostre scelte.

  1. Un dato ha particolarmente suscitato il nostro interesse: il 54% delle donne dichiara di non investire i propri risparmi. Lei cosa ne pensa a riguardo?

Ho tanta fiducia nella vostra generazione, perché sono convinta che voi cambierete le cose. Secondo me c’è bisogno di una Consulenza (con la c maiuscola) perché in Italia quella finanziaria raggiunge livelli bassissimi, tanto da essere negli ultimi posti a livello mondiale. Occorre avere al proprio fianco un professionista che ti infondi fiducia, che ti guidi verso un percorso insieme e ti aiuti a raggiungere i propri obiettivi. La scelta stessa di lasciare i soldi sul conto è data dalla paura e dalla non conoscenza, per questo ci sono miliardi parcheggiati e infruttiferi sui conti correnti. 

La paura deve essere sconfitta con una maggior pianificazione finanziaria.

Se si ha paura di un imprevisto, ci sono soluzioni per cui ci si può assicurare, così che l’impatto sulla vita e sul patrimonio venga notevolmente attutito. La chiave di tutto è la consulenza.

  1. Negli ultimi anni si sta assistendo sempre più ad un’evoluzione tecnologica. Ma quanto è importante per Lei la componente umana nel ruolo di consulente finanziario?

La componente umana è tutto. Anche nel mondo della consulenza ci sono stati importanti cambiamenti e ce ne saranno sicuramente altri, in primis il robot advisor, e non ho paura che possano sostituirmi. Anzi, non vedo l’ora che arrivino nel mio mestiere e che possano loro fare i portafogli al mio posto perché sicuramente saranno più rapidi ed efficienti, ma non potranno mai sostituire il rapporto umano. Il mio è un lavoro di relazione, significa entrare in empatia con una persona, capire lo stato d’animo e quali sono pain e gain e quindi lavorare per risolvere i problemi.

Soltanto con un ascolto profondo si riesce a scavare sotto l’iceberg per fare uscire le preoccupazioni più profonde.

I clienti si devono aprire e confidarsi per questo la componente umana è fondamentale. Io parlo ad imprenditori e imprenditrici che pensano ad un passaggio generazionale, che hanno due figli e non sanno come gestire le relazioni perché uno è dentro l’azienda mentre l’altro è meno competente e quindi cercano di non creare litigi.

Tutte queste piccole sfumature possono essere sodisfatte soltanto da una relazione empatica. 

La parte umana farà la grande differenza e ci fa distinguere anche da un consulente all’altro. Le piattaforme mi aiuteranno e spero arrivino presto in modo da avere più tempo per parlare con i miei clienti, che è quello che mi appassiona di più. All’inizio della pandemia c’era molta paura e grazie alla tecnologia ho registrato un video per rassicurare tutti i miei clienti. Questo è un esempio di come la tecnologia possa essere un valido alleato. Negli ultimi vent’anni di crisi ne abbiamo avute e, per quanto quella che stiamo vivendo sia diversa per il fattore scatenante, come sono passate le precedenti passerà anche questa. È importante far capire alle persone di non farsi prendere dall’emotività e che se si costruisce un percorso insieme si deve andare avanti. I tracolli pesanti, fino al 30%, dovuti alle crisi, hanno avuto un rimbalzo in alcuni casi anche del 20% a prova che agire in un momento instabile vorrebbe dire agire con l’emotività e fare del danno al proprio patrimonio. L’irrazionalità di un momento ti porta a far scelte che paghi col tempo.

  1. Task force del Governo per la fase 2 con una bassissima percentuale di donne: quali sono i possibili effetti negativi sulle imprenditrici, soprattutto quelle con famiglia?

Purtroppo, abbiamo visto una mancanza di considerazione verso le donne anche in questo caso. Cerebralmente uomini e donne sono diversi, e proprio per questo è bello potersi confrontare e poter capire i punti di vista di ciascuno.

La soluzione deve essere una miscela delle due visioni. 

Da sempre la donna è quella che si occupa della famiglia, e quando si deve, come durante questa pandemia, lavorare in smart working e fare da maestra ai propri figli, diventa difficile. Gli equilibri devono portarsi verso la parità. Il rischio è quello di penalizzare ancora una volta le donne e le mamme, soprattutto quelle che non possono permettersi aiuti economici impegnativi. 

Fa parte del welfare delle varie aziende e della comunità, sviluppare un senso civico di parità.

Ho visto tante volte mamme in difficoltà che piuttosto che pagare la baby-sitter decidevano di curare loro stesse i figli. Credo che sia sbagliato: nel momento in cui i figli crescono e non si riesce a rimettersi in gioco perché sono passati troppi anni per essere ancora competitiva, si rischia di essere lasciati fuori dal mercato. Per questo lo vedo come un investimento sul proprio futuro.

Nonostante la non riapertura delle scuole non sia vista di buon occhio, conoscendo le imprenditrici, credo che come riescono a trovare soluzioni in azienda le troveranno anche nella loro vita privata. Ci sarà una soluzione e riusciranno a far fronte a questo problema. Sicuramente non è stato un bel segnale e visto che abbiamo anche una componente di difficoltà in più da affrontare, sarebbe stato plausibile un aiuto in più.

Ancora una volta, le donne, tirandosi su le maniche potranno gestire tutto.

  1. “Sindrome Hermione Granger”: che impatto sullo spirito imprenditoriale femminile? E come si può superare?

Se non ci fosse stata Hermione non ci sarebbe stato neanche il seguito di Harry Potter.

 Già la vostra generazione sembra diversa, me lo auguro e da quello che vedo e che sto studiando ne sono convinta. La sindrome di Hermione Granger (che è un fenomeno legato al gender gap: le studentesse, pur risultando più brillanti a scuola rispetto ai compagni, vengono sottopagate e sottovalutate nel mondo del lavoro rispetto ai colleghi di sesso maschile, ndr) si può superare con una grande preparazione e con la consapevolezza che quando le competenze ci sono emergono.

Determinazione, coraggio, curiosità ed entusiasmo oltre che, credere in sé stesse e avere passione in quello che si fa e fare squadra, mettersi in gioco ed essere generose.

Trovo che siano tutte caratteristiche che hanno le imprenditrici che conosco. È importante anche fare rete e chiedere aiuto, nessuno nasce tuttologo e io stessa collaboro con una rete di professionisti per dare un servizio di eccellenza.  

Non si può essere tuttologi, ognuno deve essere specializzato nel suo ed essere affiancato da persone con competenze specifiche. Diversamente si sa un po’ di tutto ma alla fine non si va a fondo di niente. 

Do molta importanza al fare rete, soprattutto tra donne. Infatti, quando ho cominciato il progetto Ipazia ho trovato una collaborazione incredibile, nelle donne e nel credere in questo progetto. Un aiuto non lo si nega a nessuno e molte volte ci facciamo la remora di chiederlo. Non è così. 

Chiediamo aiuto e competenze specifiche per dare un servizio di valore. 

  1. Se potesse parlare con la “se stessa” a inizio carriera, cambierebbe qualcosa di quello che ha fatto? Che cosa le consiglierebbe?

Nella vita si sperimenta, si prova, si impara e ci si migliora con il tempo. Oggi vorrei essere un riferimento per me stessa di 20 anni fa, una role model. Molte delle persone con cui parlo, non avendo avuto delle role model ora sentono la necessità di dare alle nuove generazioni quello che è mancato loro, e anche io darei qualcosa a me stessa. Forse avrei evitato certi errori e sarei stata più decisa nel fare passi importanti. Mi darei più coraggio e consiglierei di essere più sicura. Riconosco di aver fatto un processo di cambiamento molto importante anche a livello personale: se da giovane arrossivo a parlare con qualcuno, adesso sono un’altra persona. Mi farei un augurio che ho ricevuto e che mi porto dentro:

Non porti mai limiti. Credici fino in fondo.

Michela Lodigiani ha rivelato a WiBF che è stato fondamentale cambiare anche routine, a partire dalla mattina. Dopo aver letto “The miracle morning” ora si sveglia alle 6 e dedica un’ora alla lettura e al risveglio muscolare, cosa che l’aiuta a iniziare con una carica emotiva. Non nega che le piacerebbe approfondire la meditazione e trova fondamentale circondarsi di persone positive.

La negatività si assorbe in modo pazzesco, influisce sull’umore.

Intervista a cura di Linda Perina e Teresa Nappi

Articolo a cura di Vanessa Salmistraro.