WiBF incontra Anna Amati

La sua storia

Imprenditorialità, fattori critici per il successo e innovazione. Questi sono solo alcuni dei temi toccati con Anna Amati il 29 aprile, durante un’intervista che cattura spunti davvero utili per chi si appresta a incontrare il mondo delle start-up o per chi ne è affascinato.

Women in Business and Finance ha avuto l’onore di sedersi, seppur virtualmente, insieme alla vicepresidente di META Group, un’azienda internazionale che sostiene la nascita di imprese knowledge intensive, valorizza i risultati della ricerca e supporta le PMI gestendo strumenti finanziari e offrendo la propria consulenza.

In oltre 20 anni di esperienza sulle politiche di sviluppo economico, Anna Amati è stata membro del consiglio direttivo di ITALIA Startup, del consiglio di amministrazione di LV.EN Holding ed è tuttora socia di Angels for Women (A4W) e Italian Angels for Growth (IAG).

Intervista

Da disegnare edifici a progettare modelli di business: Quali esperienze lavorative, dopo un percorso di studi in architettura, l’hanno portata ad avvicinarsi al mondo dell’innovazione, del business e della finanza?

 Il percorso è stato variegato. La laurea in architettura è stata una delle opzioni che mi si sono prospettate dopo il liceo classico e che ho poi scelto per una serie di ragioni. In famiglia sia mio nonno, mio padre e mio fratello maggiore erano tutti ingegneri, ma quando ho finito il liceo c’era ancora lo stereotipo che gli ingegneri fossero quasi tutti uomini e che le donne appassionate di calcolo, di strutture e di scienze delle costruzioni dovessero indirizzarsi ad architettura. Ammetto che mi terrorizzava la domanda “cosa vuoi fare da grande?”. Avrei voluto essere medico, scienziata, filosofa, avendo una grande curiosità rispetto a una vita che era tutta da scrivere.

Nessuno però mi aveva detto che avrei potuto fare l’imprenditrice.

Il percorso alla Sapienza di Roma è iniziato un po’ per caso e leggerezza e durante gli studi capì che mi piaceva tutta la parte più creativa, interpretare i problemi e trovare soluzioni che fossero per i futuri clienti delle soluzioni indovinate.

Mi entusiasmava la parte del foglio bianco con tutto un mondo da costruire.

Un’avventura che ha segnato lo spostamento dall’architettura alla finanza è stata l’opportunità cercata di sviluppare un software per la gestione degli interventi di manutenzione preventiva e predittiva sugli edifici, un’area non curata dalle pubbliche amministrazioni e sulla quale si agisce con grandi costi. A questa esperienza diedi peso anni dopo: fu un passaggio significativo per comprendere come si arriva da un’idea ad un prodotto, come si tenti poi di venderlo sul mercato e come questo reagisca, cercando di far passare il messaggio di unicità, creando valore e facendo crescere un’impresa intorno a questa idea. Capii, anche grazie a persone con la mia stessa mentalità, che la mia vita sarebbe stata all’insegna della ricerca di soluzioni non ancora disponibili.

La strada fatta insieme ad altri è più divertente, meno rischiosa e più ragionata.

In riferimento all’evento Women Generation in cui si è trattato dell’argomento “Imprenditoria Italiana”, Lei crede che in Italia manchi una cultura e una formazione imprenditoriale improntata all’innovazione?

Quello che secondo me è mancato e manca tuttora è una cultura positiva verso la direzione imprenditoriale, il che non vuol dire creare un’impresa ma avere un bagaglio con una serie di strumenti che permettano di gestire in maniera imprenditoriale la propria vita e carriera.

Come Paolo Crepet mi fece notare, fin dalla scuola materna i bambini vengono indirizzati a disegnare oggetti in un certo modo, come il becco giallo o il tetto marrone, e se è fatto diversamente gli viene chiesta la motivazione. Questo è un po’ il riassunto del nostro modo di crescere, senza un approccio che sviluppi capacità critiche e di problem-solving che facciano capire dove sta andando il mondo. Il sistema scolastico ha fallito anche nell’insegnamento delle lingue, fondamentali per lo sviluppo di imprenditori che non si fermino “sotto casa” e nell’attività sportiva, sempre più allontanata dai ragazzi.

Ho sempre visto una grande complementarietà e parallelismi tra l’essere sportiva ed imprenditrice: la disciplina, la fatica, il rischio, la frustrazione. L’esercizio fisico e una sana competizione, come viaggiare, irrobustisce e da maggiore autostima.

Come mai la presenza di Giga-Aziende del Tech è inferiore rispetto ad altri paesi?

Personalmente trovo che, in generale, i paesi non dovrebbero puntare alle Giga-Aziende; chi ci lavora rappresenta forse l’anti-imprenditorialità. Vedo l’Italia come un paese capace di creare grandi aziende, non per forza tech, ma anche nella manifattura, design e turismo, quei campi in cui abbiamo know-how.

Mi piacerebbe vedere un movimento dal basso, di giovani, per ricostruire un’Italia che riporti allo splendore le aziende che abbiamo avuto.

Ferrero, Olivetti e Luisa Spagnoli sono solo alcuni imprenditori che hanno cambiato le sorti del territorio senza aspettarsi che ci fosse la Giga-Azienda.

Secondo lei, è possibile identificare delle caratteristiche che permettano di diventare un’imprenditrice/imprenditore di successo?

Non cercare di diventare un uomo di successo, ma piuttosto un uomo di valore.

Questa frase di Einstein, se rivisitata in chiave femminile, è quella che meglio descrive il mio essere imprenditrice. Il successo è qualcosa che gli altri ti possono riconoscere, è più un faro per chi ambisce che non per la persona stessa che lo vive. Steve Jobs, Bill e Melinda Gates, sono tutte persone che si curano poco del successo e si preoccupano di creare valore per la comunità nella quale vivono. Alcune caratteristiche che possono far capire se una persona può arrivare a creare valore oppure no sono: avere spirito d’iniziativa, curiosità e non accontentarsi di vedere le cose fatte sempre allo stesso modo, ma porsi delle domande per vedere se effettivamente ci possano essere altre soluzioni per soddisfare uno stesso bisogno in maniera più efficace e poi…c’è sempre tanta fatica.

Trovare questi elementi negli occhi delle persone può essere una traiettoria che indica qualche parametro di successo.

Il successo è creazione del valore e dietro ad un’imprenditrice o imprenditore di successo, la donna o l’uomo di valore è tale perché si è impegnato molto più degli altri nel processo di creazione.

Come membro della giuria di EIC Accelerator e di Miss In Action, due realtà che si occupano di valutare le migliori imprese innovative e fornire loro sostegno, quali crede siano i criteri alla base di un’innovazione che possa generare mercato e abbia potenziale di crescita?

In generale si cerca la capacità del team di poter portare sul mercato il prodotto o il servizio. Quindi assumono un’importanza fondamentale il commitment e la “luce negli occhi” delle persone e si scommette che poi venga tutto il resto. Anche un’idea, magari non robusta e ben pensata, insieme alle persone giuste può portare a un bel successo.

Spostandosi più nello specifico, in un contesto come quello di Eureka!, ovvero una società di gestione del risparmio con investitori istituzionali, il discorso diventa un po’ più strutturato. I criteri diventano anche dipendenti dall’uso delle tecnologie che vengono proposte, dalla maturità dell’idea e da tutto il discorso della proprietà intellettuale. Partendo da questo si capiscono le potenzialità di mercato, delle evidenze di primi clienti o comunque di settori che possano essere interessati: più sono grandi e interessati questi settori meglio è.

Pensiamo alla cucina: una torta è un insieme di ingredienti miscelati bene e se ci scordiamo lo zucchero o il lievito, il risultato non è quello sperato. La stessa cosa accade un po’ nella realtà: da una idea che passa da essere tale ad essere una start-up.

Se non ci sono tutti gli ingredienti e non si capisce bene come mescolarli la start-up ha pochissime capacità di sopravvivere.

Un consiglio è controllare fin da subito chi sono i potenziali clienti, facendo prove con volontari. Molte volte si scopre che le esigenze a cui si tentava di rispondere, e sulla quale ruotava l’unicità del prodotto o del servizio, è messa al decimo posto rispetto ad altre necessità. Da lì può cominciare la ricerca del prodotto che la gente effettivamente comprerà.

Spesso si pensa, forse erroneamente, che il problema principale di chi si affaccia al mondo dell’imprenditorialità e delle start-up sia la ricerca dei fondi. Ritiene invece che per uno/una startupper ci siano anche altre sfide forse più difficili da affrontare?

Assolutamente sì. Seppur i fondi rappresentino un ingrediente fondamentale e talvolta difficile da reperire, il primo scoglio, quello che fa morire molte iniziative, è la mancanza di mercato e di clienti. Nel momento in cui nessuno vuole, compra o usa il prodotto o il servizio, si deve riconoscere che si è sbagliato qualcosa. Ciò non equivale a dire che si è sviluppato un progetto inutile. Ancor prima di pensare se e dove trovare fondi per sviluppare un progetto, suggerisco di capire se effettivamente la cosa pensata può avere un interesse da parte di qualcuno oppure no. In caso negativo, si tratta solo di ritarare e ripartire con una modifica o un nuovo prodotto che effettivamente sia interessante. 

Quali pensa che siano le difficoltà e sfide maggiori che in particolare una donna imprenditrice si trova ad affrontare nel passare da un’idea imprenditoriale alla nascita di una start up? Ritiene che nel mondo dell’innovazione ci sia ancora disparità di genere?

Classifico le difficoltà in due fattori: esterni e interni. Ancora oggi, seppur meno di prima, non c’è da essere soddisfatte. Un fattore esterno è il limite culturale di cui noi ci nutriamo, ma se estremizzato e reso cronico frena l’esplosione di potenziale cui avremmo potuto assistere e che ancora oggi ci aspettiamo. In tutto ciò, il percorso scolastico è fondamentale, se la differenza si instaura fin da bambini poi è difficile recuperare. Ad esempio, quando andavo a scuola i maschi facevano educazione tecnica, mentre noi facevamo il punto croce. Più recentemente penso a pubblicità che enfatizzano da un lato il maschio calciatore e dall’altro la femmina ballerina; in entrambi i casi ci sono stereotipi.

Nulla di male sulle differenze, ma non deve pesare sulle scelte di ognuno.

Credo poi che i fattori interni, della scarsa autostima e della fragilità portino molte ragazze a pensare di non essere all’altezza e al confronto con il genere maschile. Ciò che non trovo negli uomini è poi quell’ esigenza di essere perfezioniste.

Bisogna essere capaci di fare le cose con calma e riconoscere di non poter essere perfette.

È fondamentale apprezzare quello che si è, per poi continuare ad approfondire quei punti sui quali ci si sente meno pronte. Molto spesso vedo che le ragazze tendono a non voler gestire il rischio imprenditoriale, un aspetto che con la determinazione può essere superato. Spero di vedere sempre più donne laureate in economia e quindi con competenze che tranquillizzano anche gli stessi team femminili.

Come donna in carriera ma anche come moglie e madre, quanto è difficile per una donna riuscire a conciliare tutto questo nella propria vita?

Tenere il passo non è facile, si deve dimostrare oltre al commitment e alla forza mentale, anche la voglia di fare e avere la competenza per farlo. L’esterno non aiuta, si deve avere la capacità di unire baby-sitter e parenti a seconda delle esigenze per gestire il tutto. È importante avere una garanzia e un marito su cui contare può rivelarsi un appoggio fondamentale.

È importante capire fin da subito che tipo di aspirazione si possa avere come coppia.

Si devono prendere quei momenti che potrebbero causare più stress durante la giornata, dall’ allattamento alle telefonate delle scuole nel mezzo di CDA e di riunioni con principalmente uomini, e gestirli in modo razionale.

Più che multitasking è la capacità di saper gestire le emergenze e di organizzarle in maniera da non andare nel panico.

Questa è stata la mia forza e devo dire che ne è valsa la pena, i figli sono cresciuti bene e a livello professionale ho fatto il percorso che volevo fare, se mi guardo indietro non ho grandi rimpianti e ho ancora un bel po’ di strada da fare. Ci vuole molta determinazione e anche gran voglia di fare.

L’innovazione crede possa essere anche una strategia vincente per aiutare le imprese a superare la nuova crisi innescata dal coronavirus?

Dalla crisi nasce l’opportunità. Il Coronavirus ha segnato tutti come popolo e come persone, dandoci la possibilità di resettare il modo di vivere collettivo spostato su molti valori contro i quali io stessa ho lottato, come la frenesia di dover apparire e dover correre più degli altri. Penso che il mondo possa offrire opportunità a tutti e che l’innovazione possa essere la base su cui ricostruire un futuro. Per le imprese esistenti ci vorrà un ripensamento della strategia distributiva, commerciale o degli stessi prodotti.

Come in un articolo ho letto recentemente, non penso che andrà tutto bene perché deve andare tutto bene. Andrà bene se e solo se faremo delle cose, se capiremo il momento storico e non continueremo a volere tornare ad una normalità che ci ha aperto gli occhi su alcune delle potenzialità che abbiamo, ad esempio su come vivere la città, come vivere in rapporto con l’ambiente, con la natura, con il lavoro, la famiglia e i nostri ruoli.

Non bisogna viverlo come momento di apnea, tappandosi il naso per poi riemergere nel punto di prima. Si devono vivere questi giorni con una lucidità diversa.

Anche per i business tradizionali questi mesi rappresentano un periodo per capire e progettare, una base negativa che può fare da strada a un futuro migliore. Un esempio di “business bruciato” ma che ha saputo reagire è Fitprime, un servizio che con un unico abbonamento permette di accedere a diversi impianti sportivi. In poco tempo è stato in grado di ripensare il proprio modello di business, convertendo un’azienda che prima si basava su uno spazio fisico e che ora offre corsi online.

Quali consigli pratici si sente di lasciare ad una giovane startupper? E quali sono le iniziative a cui noi giovani laureande potremmo prendere parte per entrare in stretto contatto con il suo mondo?

Essere curiose, cominciare a guardare intorno a sé e non dare tutto per scontato, essere sempre un passo avanti per anticipare i cambiamenti e farsi trovare pronte. È importante fissare qualche obiettivo, non sprecare tempo in iniziative che non sono utili, il tutto senza ansie ma con spensieratezza.

Non esiste la fortuna, esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione, studiate per il talento e muovetevi per creare l’occasione.

Consiglio di non stare mai ferme. Se si vuole raggiungere l’obiettivo non si deve aspettare che l’occasione arrivi, ma bisogna crearla. Anche questo periodo può essere sfruttato al massimo per la crescita personale grazie a corsi online.

Le relazioni sono tutto e la capacità di creare relazioni di valore forti con persone giuste sono occasioni che possono presentarsi andando ad esempio a congressi, convegni o in video call.

Non aver paura di presentarti anche se non ti conoscono.

Angels for Women può essere un punto di riferimento se si ha un’idea di impresa in avvio o avviata e un business plan elaborato. Molto interessanti sono anche le competizioni sull’imprenditoria femminile e i finanziamenti a fondo perduto.

Credo sia l’anno delle donne.

Intervista realizzata da Angelica Aloisio e Irene Costa; Articolo a cura di Vanessa Salmistraro.