SAMPAT PAL

SAMPAT PAL DEVI

VOCE DI UNA CHE GRIDA DAL DESERTO

 

“Quando l’ingiustizia diventa legge,

 la resistenza diventa dovere”

(Bertold Brecht)

Nell’induismo tradizionale la donna non può migliorare il proprio karma, ma deve rassegnarsi a vivere come donna in quanto tale, perché potrà esserci un miglioramento solo se rinasce uomo. Si tratta di una inevitabile condizione di punizione cui la donna è destinata. Ma se ella potrà trovarsi a fare i conti con il karma, dovrà ritenersi fortunata.

Fortunata per essere sopravvissuta all’altra faccia della medaglia che ancora oggi, tristemente, colpisce quel paese conosciuto come la più grande democrazia del mondo: l’India. In questa cornice si comprende perché il premier indiano Narendra Modi ribadisce a gran voce lo slogan “Salva tua figlia, educa tua figlia”, ma in molti villaggi ancora aleggia l’idea che le bambine rendano poco e siano di intralcio.

La società indiana, infatti, si scontra con la carta costituzionale del 1950 ed è artefice di quell’antagonismo con l’art 14 che sancisce il principio cardine di molti stati europei, quale il principio di uguaglianza. Questa dissonanza è messa in risalto nelle parole di André Beteille “la società indù è un sistema armonico nel quale la disuguaglianza esiste ed è percepita come legittima, mentre la costituzione introduce un sistema diacronico nel quale le disuguaglianze esistono, ma non sono più legittime”.

A questo punto sorge una domanda: l’India degli anni Cinquanta del Millenovecento può oggi considerarsi vittima di uno spropositato volo di Icaro? Per rispondere è necessario invertire il senso di marcia, dove la storia dell’attivista indiana Sampat Pal Devi ci può instradare correttamente.

Siamo nel 2006 e la protagonista è una umile donna di nome Sampat Pal, asservita alla tradizione culturale indiana dove il sesso femminile è bersaglio di soprusi e angherie perpetrati da mariti, padri, fratelli e forze dell’ordine.

Siamo nel marzo 2006 quando Sampat dà vita ad un gruppo di pressione formato da donne indiane provenienti dall’Uttar Pradesh che lottano per la giustizia e che, per via dei loro sari rosa con cui avversano il sistema, prendono il nome di Gulabi Gang o Gang Rosa.

Infatti, nonostante il considerevole progresso economico, in India la condizione femminile rimane ancora difficile: aborto selettivo, infanticidio femminile, baby-spose, morte rituale sulla pira funeraria del marito, anche nota come cerimonia del Sati, molestie sessuali sono all’ordine del giorno.

Nel 2006 come ancora oggi in determinate aree.

Contro tutti questi drammi si sono schierati in molti e, tra questi molti, risalta la voce di Sampat Pal. Sampat simboleggia la forza del cambiamento, la tenacia e la solerzia che una bambina costretta a sposarsi all’età di dodici anni con un uomo semisconosciuto e cresciuta in una famiglia che ignorava le sue richieste di istruzione, con determinazione cerca di sviluppare in una nazione, nel concreto, arida di valori come quelli dell’uguaglianza e della giustizia.

Questa ricerca di riscatto personale, questa brama di emancipazione e indipendenza, hanno portato Sampat ad una esemplare operazione sociale culturale ed economica, ossia quella di dar vita ad una Banda Rosa, appunto la Gulabi Gang che oggi conta circa 400.000 vigilantes, donne armate di un lathi e vestite di un sari rosa, che con tanta grinta e temerarietà non restano in silenzio, ma reagiscono alle ingiustizie.

Si tratta di un vero “Movimento per la Giustizia”, infatti attraverso un feroce slancio verso l’indipendenza e il cambiamento dello status quo, la Gulabi Gang si batte per far cessare fenomeni che devastano il mondo indiano come la pratica dei matrimoni tra bambini, le umiliazioni subite dai meno abbienti e la corruzione che coinvolge troppo spesso le forze dell’ordine, scoraggiando le donne a denunciare ingiustizie e violenze di cui sono costantemente vittime.

Lo stato indiano non aiuta, al contrario, è infelicemente complice di discriminazioni e prepotenze.

Il frutto di questa “controspinta rosa” si ravvisa nel largo seguito ricevuto ben oltre l’Uttar Pradesh, così come nella produzione legislativa che tenta di ristabilire un equilibrio tra i sessi. Si contano ormai diversi movimenti attivi a tutela del ruolo della donna nella società e di qui rendere effettive le normative esistenti. Oggi, al di là del fenomeno dell’associazionismo, molte donne, sulla scia di Sampat, sono più spronate ad emergere dal buio di una condizione infame e disumana al bagliore della vita umana e civile, ad usare tutta la loro grinta per sconfiggere gli stereotipi radicati ed affermare sogni ed ambizioni al fine di conquistare uno spazio nella società.

Mi piace concludere riportando la fiaba indiana raccontata da Sampat in una intervista alla fiera del libro di Torino nel 2010.

“Il sole un giorno scomparve dal cielo e nessuna stella si sentiva in grado di rimpiazzarlo temendo di non emettere abbastanza luce. Tutti si tiravano indietro e il mondo rischiava di rimanere al buio. A quel punto si levò la voce di un lumino che disse che avrebbe cercato di illuminare il mondo, seppur nel suo piccolo. Ciascun essere umano può essere quel lumino, capace di portare un contributo all’umanità, se lo vuole davvero”.

Myriam D’Alessandro