Quote rosa nelle società italiane: dalla Legge 120/2011 ad oggi

La Legge del 12 agosto 2011, n. 120, conosciuta come Legge Golfo-Mosca dal nome delle proponenti, ha introdotto in Italia regole volte ad assicurare e ad aumentare la rappresentatività femminile (quote rosa) nella composizione degli organi di amministrazione e controllo delle società con azioni quotate e delle società a controllo pubblico, imponendo, precisamente all’articolo 1, che in occasione del primo rinnovo dei relativi collegi debba essere assicurato che “il genere meno rappresentato ottenga almeno un terzo dei componenti di ciascun organo”.

Inquadramento storico delle quote rosa: significato ed interpretazione giuridico-costituzionale

L’espressione quote rosa, ampiamente diffusa nell’ordinamento italiano, allude storicamente alla rappresentanza femminile all’interno di liste elettorali, in cui si intende riservare dei “posti”, ovvero delle candidature, destinati ad esponenti donna. 

La Corte Costituzionale nel corso degli anni si è resa fautrice di un processo di attuazione di una condizione di parità effettiva di genere nella rappresentanza politica del nostro Paese, riconoscendo, da un lato l’importanza delle azioni positive volte a promuovere la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro e l’imprenditoria femminile –  intendendosi per tali tutte quelle azioni che intendono sostenere ed incentivare, in positivo, la figura della donna nel mercato del lavoro e nelle organizzazioni private, tra cui appunto le società, dove si svolge la loro personalità – dall’altro una eguaglianza assoluta tra i sessi nell’accesso di cariche elettive non solo di tipo formale, ma anche di tipo sostanziale, come disposto dall’art. 3, comma 2, Cost., che indica come “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il carattere promozionale degli interventi costituzionali che si sono succeduti è stato individuato, in seguito, nell’art. 51, comma 1, Cost.,  che riserva la possibilità di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza a tutti  i cittadini “dell’uno e dell’altro sesso” e precisando che “a tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.  Predetta disposizione normativa si pone in stretto collegamento con il nuovo testo dell’art. 117, comma 7, Cost., che proietta l’impegno generale sancito dall’articolo 51  anche a livello regionale, poiché  ogni regione (ordinaria) è chiamata sia a rimuovere “ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale”, in parallelo con l’art. 3, comma 2, Cost.; sia a promuovere “la parità di accesso tra donne e uomini nelle cariche elettive”.

L’esigenza di un effettivo cambiamento di genere è risultata così sensibile tanto da investire le successive scelte legislative in relazione alle elezioni del Parlamento Europeo e nella Legge n. 52 del 2015 (Italicum) per l’elezione della Camera dei deputati, quest’ultima mai effettivamente attuata, seguita dalla Legge 3 novembre 2017, n. 165 (c.d. Rosatellum o, più precisamente, Rosatellum bis).

Le quote rosa ai vertici delle società: la novità della Legge 120/2011

Parallelamente all’evoluzione del dibattitto sulle regole di parità di genere introdotte in materia elettorale, si è progressivamente posta l’attenzione, da parte delle istituzioni comunitarie e nazionali – rilanciata anche dalla crisi economica – sui potenziali effetti benefici nell’economia della presenza del genere femminile nei ruoli dirigenziali delle società.

Difatti, il nostro legislatore, sulla scorta di alcuni dati pubblicati sia dalla Commissione e dal Parlamento Europeo, sia dalla CONSOB – in cui emergeva che nel 2009 la rappresentanza femminile negli organi di amministrazione era pari solo al 6,7% nelle società quotate e al 4% nelle società controllate da pubbliche amministrazioni –, ha introdotto in Italia un vincolo legislativo sulle quote di genere per aumentare e garantire la rappresentatività femminile all’interno degli organi sociali, rappresentato proprio dalla Legge n. 120/2011.

Il sopra citato provvedimento, modificando gli articoli 147-ter, 147-quater e 148 del Testo Unico della Finanza (TUF) di cui al D.lgs. n. 58 del 1998, sancisce espressamente l’obbligo per le società con azioni quotate e per le società controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’art. 2359 cc, 1 e 2 comma, non quotate in mercati regolamentati, di introdurre nei rispettivi statuti apposite clausole in materia di composizione degli organi di gestione e di controllo, tali da assicurare la presenza, a regime, di almeno un terzo dei componenti appartenenti al genere meno rappresentato.

quote rosa

Si nota come il legislatore italiano, nel prevedere tale obbligo, ha effettuato comunque una scelta neutra della misura di genere, in quanto la presenza di almeno un terzo di componenti è riferibile, a seconda del caso specifico, al genere maschile o femminile (meno rappresentato), poiché l’insieme delle considerazioni sopra esposte avrebbe reso compatibile con il diritto nazionale e comunitario anche una previsione normativa che avesse riservato una quota del 30% dei componenti degli organi sociali esclusivamente a favore delle donne, istituendo delle quote rosa in senso proprio.

In tale direzione si è di recente mosso il governo tedesco, che sul fronte societario appare in ritardo rispetto ai principali partner internazionali, presentando un progetto di legge che prevede di imporre la presenza di almeno una donna nei consigli di amministrazione delle grandi società quotate in borsa.

Se ci si addentra nel contenuto normativo del provvedimento italiano, in particolare, con riferimento al consiglio di amministrazione delle società con azioni quotate, la legge ha richiesto alle medesime (comma 1-ter nell’art. 147-ter T.U.F.) di modificare i propri statuti prevedendo un criterio di riparto che “assicuri l’equilibrio tra i generi”, mediante riserva di una quota pari ad un quinto dei componenti per il primo rinnovo (Art. 2, comma 1, L. n. 120/2011) e ad un terzo per i successivi. È opportuno precisare che il suesposto criterio di riparto tra generi si applica, oltre che al Consiglio di Amministrazione e al Collegio Sindacale nelle società organizzate secondo il sistema tradizionale, anche agli organi sociali delle società organizzate secondo il sistema monistico e al consiglio di gestione, qualora sia costituito da un numero di componenti non inferiore a tre, nelle società organizzate secondo il sistema dualistico.

Sebbene la legge preveda, all’art. 1, comma 1, la temporaneità dell’obbligo delle quote rosa, limitato a soli tre mandati – scelta probabilmente derivante dalla volontà legislativa di escludere rischi di illegittimità costituzionale ed eventuali censure in sede comunitaria – , quest’ultima ha prodotto l’effetto di avvantaggiare il genere femminile nei board aziendali e di ridurre l’autonomia negoziale privata solo in via transitoria e sperimentale.

La rappresentanza femminile nelle posizioni apicali delle società quotate italiane nell’ultimo decennio

Cresce, infatti, a ritmo sostenuto, la presenza delle donne nei CdA delle società quotate in borsa: nel 2017 è stata superata la quota del 30% (31,6%), due anni dopo, nel 2019, si è raggiunta la percentuale del 36,4%. Ed ancora, è evidente un incremento delle donne nei CdA delle società quotate alla Borsa di Milano da 170 nel 2008, il 5,9%, alle 811 di oggi, il 36,3%, mentre nei collegi sindacali si è passati dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con ben 475 sindaci donne.

Proprio nel 2019, essendo gli effetti della Legge Golfo-Mosca in scadenza, la Legge 22 dicembre 2019, n. 160 (Legge di Bilancio 2020) ha previsto che lo statuto delle società quotate debba riservare al genere “meno rappresentato” almeno due quinti dei membri effettivi del Collegio Sindacale e del Consiglio di Amministrazione, che dovrebbe trovare applicazione per sei mandati consecutivi. Inoltre, si dispone che il criterio di riparto di almeno due quinti si applichi a decorrere dal primo rinnovo dei suesposti organi sociali successivo alla data di entrata in vigore della legge stessa, fermo il criterio di riparto di almeno un quinto (ex L. 120 del 2011) per il primo rinnovo successivo alla data di inizio delle negoziazioni.

A seguito di tale intervento, la CONSOB, alla quale è affidato il potere sanzionatorio in caso di mancato rispetto dei criteri di riparto, ha redatto una proposta di comunicazione volta a chiarire le modalità applicative delle nuove previsioni normative sulle quote rosa.

È quindi evidente come una composizione equilibrata dei vertici aziendali abbia inciso, e continua ad incidere, positivamente sulle prestazioni delle imprese inserite nel comparto bancario ed in quello dei mercati finanziari, sulla loro competitività e sui profitti.

La richiesta di adottare una policy promoting diversity – diversity intesa come non come una questione di uguaglianza tra i sessi o di pari opportunità, ma come board diversity che attiene alla trasparente valutazione comparativa di profili eterogenei, in cui si tiene conto delle specificità aziendali – nel processo di selezione e di nomina all’interno degli organi direttivi delle società ha spinto le imprese ad adottare comportamenti sempre più orientati all’equilibrio di genere nell’ambito dei rispettivi codici di corporate governance. Tale orientamento, ancora in fase primordiale, emerge con soddisfazione di recente anche in tema di pay-watchdelle buste paga rosa, dai cui dati risulta che aumentano i compensi delle donne manager di società italiane quotate in Borsa.

A conclusione di questo breve approfondimento sull’occupazione femminile vista sotto il profilo societario, che certamente consente all’Italia, ad oggi, di vantare un’elevata presenza di donne nelle posizioni apicali delle società quotate nazionali, sostenere le donne è “una grande riforma strutturale” ancora in atto.

Ludovica Elena Asia Colombo

 

1 commento su “Quote rosa nelle società italiane: dalla Legge 120/2011 ad oggi”

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