La violenza economica come forma di violenza di genere

La violenza economica è un fenomeno di cui si parla ancora troppo poco. Eppure è fortemente radicata nel tessuto sociale italiano, nel quale, purtroppo, si manifesta a tutti i livelli.

Il fenomeno emerge con prepotenza nei casi di separazione. Non è infrequente, infatti, ascoltare il caso di donne che, dopo aver lasciato il lavoro nel corso della vita coniugale, magari su richiesta del marito, o dopo aver lavorato alle sue dipendenze (o, ancora dei di lui familiari), chiedano la separazione in evidente condizione di svantaggio economico.

Indagando più a fondo, in queste circostanze, affiora la situazione di profonda dipendenza economica della donna. È il caso della fideiussione prestata nell’interesse del marito a fronte del prestito a quest’ultimo concesso, ad esempio, per il pagamento di debiti aziendali. Altre volte il fenomeno emerge sotto forma di cointestazione, da parte della donna, del finanziamento acceso per l’acquisto di un bene personale del marito, come la moto.

 

violenza economica

Ecco allora che, al momento di intraprendere la difficile strada della separazione coniugale, la  condizione di violenza economica affiora in tutta la sua gravità. In questa situazione, infatti, la vittima si trova a dover affrontare, in un unico momento, tre importanti ostacoli:

  • il lutto derivante dalla separazione;
  • l’assenza di propri redditi in grado di garantire il sostentamento;
  • l’onere delle obbligazioni contratte nell’interesse del marito, come garante o come coobbligata solidale.

Ma se in sede di separazione giudiziale, è possibile azionare i diritti spettanti alla donna, sotto il profilo psicologico il fenomeno si rivela devastante. Ecco perché è fondamentale diagnosticare i segni premonitori della violenza economica sul nascere, prima che giunga alle sue estreme conseguenze. A riprova di come questo fenomeno passi inosservato anche agli occhi del legislatore, giova ricordare che non esiste una definizione legislativa di violenza economica. La prima menzione del fenomeno appartiene, infatti, ad un’epoca relativamente recente.

È nella Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) adottata dal Consiglio d’Europa l’11 maggio 2011 e ratificata in Italia con la Legge n. 77/2013, che troviamo il primo riferimento ai soprusi di tipo economico come declinazione del più vasto fenomeno della violenza di genere.

A tal proposito l’art. 3 lett. b) della citata convenzione sancisce che “l’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

violenza economica

Ma quali sono le condotte-spia della violenza economica?

Come accade per la violenza psicologica, anche la violenza economica si nutre di comportamenti subdoli e spesso ambigui. Per questo, soprattutto nella sua fase embrionale, è difficile distinguere un episodio di violenza da un fatto innocuo. Nondimeno è possibile tracciare un’escalation tipica di quelle condotte assunte dal coniuge che, se reiterate nel tempo, possono sfociare in violenza economica.

Prima fase:

I comportamenti spia di una possibile fase embrionale del fenomeno si ritrovano nell’esclusione del coniuge dalla gestione dell’economia familiare, sia di tipo ordinario (monitoraggio entrate e uscite), che di natura straordinaria (ad esempio nella valutazione degli investimenti).

Seconda fase:

In un secondo momento, il fenomeno può assumere la forma del controllo sulle spese poste in essere dal coniuge economicamente più debole, pretendendo precise rendicontazioni, sino al mantenere il coniuge all’oscuro circa entrate e investimenti familiari.

Terza fase:

In questa fase il fenomeno assume connotati decisamente più incisivi che si traducono in dipendenza economica e perdita di autonomia. È il caso dell’elargizione al partner del denaro sufficiente alla spesa familiare, escludendo la provvista per tutto quanto non rientri in detta voce, ivi incluse eventuali cure e/o bisogni personali (come la terapia psicologica, quantomai vitale in alcune circostanze). Oppure il caso della totale esclusione del partner dalla gestione del denaro familiare.

Quarta fase:

A questo livello la violenza economica si traduce in abuso. I comportamenti sono tesi a spossessare il coniuge dei propri averi o a trarne profitto per scopi personali. È il caso di garanzie, finanziamenti o altre operazioni fatte sottoscrivere al coniuge in assenza della preventiva informazione circa scopi e conseguenze derivanti dalla firma dell’atto. Oppure casi di acquisto, con denaro comune, di beni personali o di titoli azionari all’insaputa del coniuge. O ancora, l’imposizione al partner, pur sempre velata dietro una richiesta, di fare da prestanome. Da tutto quanto sopra, emerge un fenomeno multiforme, tanto variegato quanto subdolo.

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Dal controllo sulle spese personali e familiari, sino ad arrivare all’abuso economico nei confronti del partner, le sfumature della violenza economica sono molteplici e variabili. Per questo la conoscenza del fenomeno e, soprattutto, degli indici che tradiscono la sua latenza, è fondamentale in ottica di prevenzione contrasto.

Questo non solo per evitare l’esplosione della situazione in fase di separazione, come spesso accade, ma anche per evitare i soprusi e la devastazione psicologica che si celano dietro al controllo economico. Anche la sfera economica della vittima subisce un notevole nocumento da questa forma di violenza. Basti pensare al caso del coniuge che fa da prestanome per il finanziamento contratto nell’interesse del maltrattante. Se quest’ultimo omette di onorare le scadenze di pagamento, il pregiudizio alla credibilità creditizia diviene pressoché inevitabile.

Ecco allora che in considerazione dei riflessi profondamente negativi di questo fenomeno ancora poco conosciuto, ma comunque latente nel tessuto sociale, è quantomai opportuno contrastarne la diffusione e promuoverne la prevenzione. Un grande supporto al contrasto della violenza economica è fornito dai Centri Antiviolenza presenti sul territorio che, grazie al supporto umano, psicologico e legale, forniscono un primo aiuto alle donne in difficoltà.

In ottica preventiva occorre poi attuare quanto previsto dall’art. 18 comma 3 della Convenzione di Istanbul, secondo cui “Le Parti si accertano che le misure adottate in virtù del presente capitolo: (..) – mirino ad accrescere l’autonomia e l’indipendenza economica delle donne vittime di violenze”. Oltre a combattere il fenomeno sul campo, è quindi quantomai necessario lavorare in ottica preventiva. Come?

Attraverso il ricorso a campagne di sensibilizzazione e informazione sulle best practices per contrastare sul nascere soprusi e ingerenze nella gestione del budget familiare, come:

– l’utilizzo di un conto personale,

– la verifica della situazione economica familiare attraverso la consultazione dell’estratto conto,

– la ricerca attiva di un’occupazione e la sua innovazione attraverso la formazione continua.

Ulteriore arma di lotta al fenomeno è rappresentata dall’attività di formazione capillare sul territorio. In questo modo, le potenziali vittime sono innanzitutto poste in condizione di conoscere e poi di azionare i diritti e le forme di tutela alle stesse spettanti, in modo da contribuire ad estirpare sul nascere questa subdola forma di prevaricazione. Analizzare le differenti conseguenze connesse alla scelta del regime patrimoniale all’atto del matrimonio, piuttosto che i diritti spettanti al coniuge co-intestatario del conto corrente, può essere di grande aiuto.

In quest’ottica di prevenzione e promozione dei valori di cittadinanza attiva e inclusione sociale, si muovono diverse fondazioni e associazioni. Esempio ne sono la fondazione Global Thinking Foundation e A.I.E.F. – Associazione Italiana Educatori Finanziari, entrambe attive su scala nazionale. Ecco quindi che per contrastare il fenomeno della violenza economica, occorre, in prima battuta, conoscerlo nelle sue variegate manifestazioni. Una volta individuate le spie di un possibile sopruso economico, è quantomai necessario attivarsi per il suo contrasto, senza attendere il lento ma inesorabile aggravarsi di questa forma di abuso. Solo così sarà possibile per la vittima liberarsi dal vincolo del controllo per riprendersi la libertà e l’individualità che merita.

Martina Lasagna

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