La Legge Sacchi e la sua importanza

Il 17 luglio 2019 ricorreva il centenario dalla promulgazione della Legge Sacchi (la n.1176 del 1919): ma esattamente cosa ha introdotto la Legge Sacchi e perché è così importante? Un primo sferzo alla società patriarcale italiana si ebbe proprio grazie alla legge n.1176 del 1919, considerata uno dei primi interventi -addirittura l’unico ai tempi dell’Italia liberale dei primi del ‘900- progressisti ed emancipatori della condizione giuridica della donna.

Seppur non senza critiche, la Legge Sacchi vanta come pregio quello di aver riconosciuto l’apporto che la donna, principalmente nelle vesti di moglie, ha dato alla società italiana, che troppo spesso, ancora oggi, esalta valori maschilisti e misogini -del resto, retaggio culturale che si trascina dietro ormai dagli albori della civiltà- cristallizzati in regole etiche e consuetudinarie prima, in codici e norme positivizzate poi, e che ben sanno offrirci quelle che sono la prospettiva e la visuale attraverso le quali intercettare il sentire sociale e, dunque, comprendere l’assetto di un certo periodo storico: si pensi al sistema normativo dell’antica Roma, un vero e proprio “diritto romano”, il primo a tradurre in regole il concetto di infirmatas sexus, di cui ne costituisce una traduzione lo strumento giuridico dell’autorizzazione maritale.

La storia delle discriminazioni “giuridiche” sulla base dell’infirmitas sexus si snoda tra i secoli. Si pensi alla vicenda, nel 1883, di Lidia Poët che si vide negare l’iscrizione all’ordine degli avvocati da parte della Cassazione di Torino sulla base della sua condizione giuridica di donna, dopo essere stata liquidata con le seguenti parole “L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine”. La storia si ripeté nel 1906 quando la Corte d’Appello di Firenze escluse l’iscrizione delle donne nelle liste elettorali. La giustificazione? Secondo la Corte, “la donna ob infirmatatem sexus non ha né può avere la robustezza di carattere, quella energia fisica e mentale necessaria per disimpegnare come l’uomo le pubbliche cariche”.

Questi episodi, del resto, sono riconducibili alle tendenze culturali che, nonostante i passi in avanti fatti dalla Rivoluzione francese, permangono ancora nel 1800, un secolo che si pone ancora in continuità con l’antico regime: la legislazione pro-uomini-patres del codice napoleonico del 1804, plasmato sulle spoglie del diritto consuetudinario francese, si fondava sulla totale subordinazione della moglie al marito. La donna non era considerata come individuo autonomo, bensì come donna-figlia o come donna-moglie, per cui la donna nubile era assoggettata all’autorità del padre per tutta la vita, o almeno fino al matrimonio, momento in cui passava sotto la protezione-autorità maritale.

Questa impostazione viene, dunque, ripresa dal primo codice post unitario italiano, il Codice Pisanelli del 1865, che ricalca il modello del codice sabaudo del 1837 e, a sua volta, quello napoleonico del 1804. L’influenza delle novità derivanti dalla rivoluzione francese in ambito giuridico sulla stagione codicistica europea è stata cruciale, da quest’ultimo riprende la struttura e gli istituti con alcune varianti peggiorative, fra cui l’esclusione del divorzio.

Centrale era l’istituto dell’autorizzazione maritale, che andò a sostituire quella patriarcale propria della società dell’Ancien Règime, e a sancire giuridicamente la subordinazione femminile alla potestà del marito: tale autorizzazione implicava l’obbligo di ricevere una sorta di nullaosta da parte del coniuge che permettesse alla consorte di gestire il patrimonio familiare e gli stessi beni personali (detti parafernali) e, fino al 1877, di esperire anche la tutela per via giudiziaria dei propri interessi.

Fino al ‘900, la cittadinanza delle donne italiane era debole: a partire dall’impossibilità di trasmissione del cognome, dopo il matrimonio venivano di fatto equiparate ai minori, era loro negato l’accesso alle libere professioni e ai gradi superiori dell’istruzione, erano prive di tutele sul lavoro e non avevano alcun diritto di voto. Con il 1900 l’Italia fece il suo ingresso in un secolo complesso, dalle cui crepe (pensiamo alle devastazioni delle Guerre Mondiali) sono sorte le premesse che hanno permesso alla donna di progredire nella propria condizione, emancipandola.

Il primo momento di questo lungo percorso arrivò con la Prima Guerra Mondiale. La macchina bellica determinò un’inversione dei ruoli tradizionali: con gli uomini al fronte, le donne presero il loro posto in patria ricoprendo le posizioni, lavorative e di guida della famiglia, che in una situazione precedente allo stato di necessità erano “appannaggio” totalmente maschile. Il senso di riconoscenza per il loro concreto contributo alla causa bellica promosse, quindi, una linea di riforma della loro condizione giuridica, seppur in una prospettiva ancora maschilista, volta a risarcirle e premiarle, anziché a riconoscere loro diritti inalienabili. Ed è in questo contesto che si colloca la Legge Sacchi.

Già prima della guerra si era iniziato a discutere di riforme circa la condizione giuridica femminile. In particolare, furono avanzate due proposte di legge riguardanti l’abolizione dell’autorizzazione maritale, la prima presentata da Carlo Gallini nel 1910 e la seconda da Vittorio Scialoja nel 1912. A queste si aggiunse quella di Amedeo Sandrini presentata nel 1916, a guerra già iniziata, contestualmente al ministero di Grazia e Giustizia e dei culti in capo a Ettore Sacchi, avvocato e politico d’idee progressiste e leader del Partito Radicale Italiano. La riforma della condizione giuridica della donna era ormai questione impellente, soprattutto in ottica politica: infatti, nei territori austro-ungarici che l’Italia stava conquistando le donne già godevano di un trattamento giuridico più liberale.

Il progetto di Sandrini non ebbe seguito e venne scalzato da una proposta più ampia, presentata per l’appunto dal ministro Sacchi. Il 7 marzo 1919, dopo la fine della Grande Guerra, ha così inizio la discussione alla Camera; a questa segue un ampliamento del contenuto, prevedendo non solo la possibilità per le donne di esercitare funzioni tutelari ma garantendo a queste anche l’accesso alle professioni e ai pubblici impieghi, tranne quelli implicanti poteri giurisdizionali. Tutti i deputati si espressero a favore dell’approvazione e molti di loro, fra cui anche Ettore Sacchi, chiesero l’estensione del diritto di voto alle donne. Il 17 luglio la legge venne finalmente approvata.

Trattasi di una riforma della condizione giuridica della donna, e più precisamente dell’abrogazione dell’istituto, non a caso di tradizione romanistica, dell’autorizzazione maritale. Ed è proprio nell’aggettivo “maritale” che -lo si anticipa subito- si nasconde quella che è stata la debolezza della legge: si può parlare opportunamente solo di emancipazione della donna-moglie e madre, e non di emancipazione della donna come tale, in quanto essere umano e cittadina. Per questo si dovrà aspettare la Costituzione del 1948, una riforma epocale -quella del diritto di famiglia- nel 1975, per poi guardarsi intorno oggi e chiedersi: è stato sufficiente?

La legge n.1176 oltre ad abrogare l’autorizzazione maritale, riconobbe l’accesso delle donne agli impieghi pubblici e all’esercizio delle professioni, sia pure con alcune significative limitazioni. Più nel dettaglio, vennero modificati alcuni articoli del codice civile, di commercio e di procedura civile, che avevano introdotto buona parte delle limitazioni giuridiche alla figura femminile.

L’articolo 1 della Legge Sacchi abrogava l’articolo 134 del codice civile, per cui “La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti senza l’autorizzazione del marito. Il marito può con atto pubblico dare alla moglie l’autorizzazione in genere o per alcuni dei detti atti, salvo il diritto di revocarla”.

L’articolo 2 sopprimeva il consenso maritale per l’esercizio dell’attività di commerciante da parte della moglie; l’articolo 3 abrogava il capo II del titolo IV del codice di procedura civile, disciplinante l’autorizzazione alla donna maritata; l’articolo 4 ammetteva le donne al ruolo di tutrici; l’articolo 5 annullava il diritto di opposizione del marito agli atti posti in essere dalla moglie; l’articolo 6 sopprimeva il divieto per le donne di esercitare le funzioni di arbitro.

Ma la disposizione cardine è l’articolo 7 che enuclea l’accesso delle donne alle professioni, sancendo che “le donne sono ammesse a pari titolo degli uomini a esercitare tutte le professioni e a coprire tutti gl’impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri giurisdizionali o l’esercizio di diritti e potestà politiche o che attengono alla difesa militare dello Stato”. Dalla lettura dell’articolo è chiaro che il legislatore con una mano concedeva, con l’altra toglieva: la disposizione segnava, infatti, chiari limiti all’accesso delle donne alle professioni, escludendole dagli impieghi pubblici più importanti e strategici, quali la magistratura e l’esercito, e negando loro l’esercizio di diritti e potestà politiche.

Se da un lato la legge promuoveva la costruzione della donna cittadina, dall’altro scontava una grande limitazione: il focus della riforma era quello di tutelare la famiglia rafforzando la posizione della moglie, che in in tal modo di certo usciva da un secolare stato di minorità ma lo faceva con una sorta di emancipazione a metà, non potendo accedere a posti di rilievo nella società. A queste limitazioni si aggiunsero quelle previste dal regolamento dispositivo (R. D. 4 gennaio 1920) nei confronti di alcune professioni, in particolare quelle collegate al potere d’imperium, e quelle introdotte dal successivo governo fascista che corroborarono la concezione della naturale inferiorità della donna, vietando per legge alle donne l’insegnamento di storia, filosofia ed economia, fino ad arrivare alla loro espulsione dalla pubblica amministrazione.

Come si è scritto poco sopra, nel progetto della legge Sacchi si coniugava l’estensione del diritto di voto alla causa femminile. Il progetto, però, non andò in porto: la Camera approvò la legge sul suffragio femminile, ma le Camere vennero sciolte prima che anche il Senato potesse approvare la legge. L’anno successivo la storia si ripeté nei medesimi termini (rivelando chiaramente come la questione venisse evitata più che per motivazioni “sociali” per ragioni politiche, particolarmente sensibili al rischio di rottura dei già fragili equilibri). La conquista del diritto politico femminile restò quindi sepolta per tutta la durata del regime fascista. Sarà solo nuovamente grazie ad una guerra, alla Resistenza e alla liberazione che sopraggiunse il diritto di voto nel 1946, concesso alle italiane in sordina rispetto alle donne degli altri paesi (basti pensare che in UK il medesimo traguardo era stato raggiunto nel marzo del 1917, e negli Stati Uniti nel 1920).

Per una nuova ed ulteriore ventata di cambiamento bisognerà aspettare il 1960, anno in cui la Corte costituzionale dichiarò illegittimo l’articolo 7 della legge Sacchi poiché in contrasto con gli articoli della Costituzione che sanciscono l’eguaglianza di fronte alla legge (articolo 3) e l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive anche per le donne (articolo 51). Infine, poco tempo dopo, ferma restando la sua portata innovativa, la Legge Sacchi, divenuta progressivamente anacronistica, venne abrogata nel 1963 dalla legge n.66, che aprì le porte al genere femminile a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici, compresa la magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie senza limiti di mansioni e di carriera.

Alice Dal Molin

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