Global Gender Gap Index: una sfida verso la crescita

Donne e lavoro: un binomio da sempre difficile e faticoso che, per fortuna, negli anni è diventato sempre più possibile e auspicabile. Ma la strada per l’uguaglianza è ancora lunga. Lo scorso maggio 2018 il The Guardian ha rilasciato uno studio realizzato dalla Banca Mondiale sul tema donne-lavoro (“Women, Business, and the Law 2018”), che ha preso in considerazione le economie di 189 paesi. Lo studio dimostra la presenza di forti barriere legali che limitano l’accesso delle donne nel mondo del lavoro, con conseguenze negative non solo sull’equità di genere ma sull’intera crescita globale. La parità di genere infatti è un requisito fondamentale affinchè economia e società possano prosperare. La completa inclusione e il pieno sviluppo sono fattori che influiscono in maniera significativa sulla competitività e il futuro dell’economia.

Il Global Gender Gap Index è un indice redatto annualmente a partire dal 2006 dal World Economic Forum, che permette di calcolare le disuguaglianze presenti tra uomo e donna in 144 paesi. Tale indice viene costruito prendendo in considerazione varie aree che rappresentano le proxi più significative per dire se ci sia o meno una differenza di genere, ma soprattutto una discriminazione. Tra queste ritroviamo l’educazione, l’attività economica, la partecipazione politica, il salario e la salute. Il risultato, compreso tra 0 e 1, indica così il divario percentuale tra uomo e donna colmato dai singoli paesi nell’arco dell’anno considerato: se ad esempio l’indice è pari è 0.3 vuol dire che è stato colmato il 30% delle differenze tra i sessi, se l’indice è pari a 1 allora l’integrazione è completa.

Il grafico sottostante mostra l’andamento del Global Gender Gap Index aggregato: come possiamo notare nell’arco di dieci anni, i 144 paesi considerati, sono riusciti mediamente a ridurre di 4 punti percentuali le differenze esistenti, arrivando a colmare così nel 2016 il 64.5% del gap.

Dagli ultimi dati rilevati nel 2017 la posizione dell’Italia è desolante: su 144 paesi al mondo il nostro paese occupata l’82esima posizione, ed è terza a livello Europeo, appena dopo Cipro e Malta. Analizzando i risultati delle singole aree si nota come nell’educazione questo indice sia quasi pari a 1: questo sottolinea che in termini di istruzione le studentesse non subiscono discriminazioni, o per lo meno in misura estremamente inferiore rispetto a quelle subite in ambito lavorativo. Il basso posizionamento complessivo del nostro paese deriva infatti per lo più dall’area della politica (considerata in senso ampio come tutte quelle posizioni caratterizzate da rappresentanza) e dell’economia.

In particolare per quanto riguarda il “gender pay gap”, indice che misura la differenza salariale, l’Italia si piazza al 126esimo posto. Prendendo a campione un uomo e una donna della stessa età impiegati nello stesso settore, per cui la sola differenza riguarda il sesso biologico, la differenza stimata in termini di salario è pari al 20%. L’uomo guadagna il 20% in più rispetto alla donna che ricopre la sua identica posizione, nonostante l’art.37 della Costituzione in teoria parla chiaro “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. …”, ma in pratica purtroppo no.

Altro problema rilevante riguarda la così detta “segregazione verticale” ossia l’impossibilità delle donne di accedere alle posizioni di comando. Si parla di “soffitto di cristallo”, un soffitto che c’è ma non si vede, dettato dalle convenzioni sociali, e che impedisce alle donne di fare carriera. Una statistica proposta dal Sole 24 Ore, mostra la percentuale di donne in posizioni manageriali in Italia nel 2017: secondo i dati, nell’anno appena passato, le donne rappresentavano circa il 22% dei dirigenti totali contro il 78,04% degli uomini.

Colmare il gender gap è uno degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 – in particolare l’Obiettivo 5 – e secondo le stime dell’OCSE se il divario tra uomini e donne si dimezzasse entro il 2025 potremmo aggiungere uno 0,2% ai tassi medi annuali di crescita del PIL in tutta l’area OCSE. La sfida per i policy-maker non è ovviamente solo economica ma anche sociale perché serve tempo per cambiare le convinzioni di fondo più profonde in merito al genere e al lavoro in culture diverse. Ma per colmare il gap non basterà questo secolo. A livello globale, secondo i dati dell’Organizzazione della Nazioni Unite (ONU), il cosiddetto “gender pay gap” è del 23% e serviranno almeno 90 anni per azzerare il divario.

Diletta Viti

1 commento su “Global Gender Gap Index: una sfida verso la crescita”

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