Sport e parità di genere: un traguardo ancora (troppo) lontano

Sport e parità di genere: un traguardo ancora (troppo) lontano

Le vicende che hanno visto le atlete protagoniste negli ultimi mesi hanno portato alla ribalta la condizione femminile nel lavoro sportivo, non adeguatamente tutelato e vittima di una cultura che non è in grado di garantire alle atlete alcuni diritti fondamentali, in primis quello alla maternità.

In Italia il caso più recente è stato quello di Lara Lugli, la pallavolista del Volley Pordenone rimasta incinta nel 2018, che si è vista negare l’ultima mensilità del suo stipendio 2019 – oltre a ricevere dalla società una richiesta di risarcimento danni – a causa della gravidanza. La vicenda, che ha fatto il giro del mondo indignando perfino il New York Times, ha portato tante altre giocatrici a confessare di aver vissuto situazioni simili. Dal mondo dello sport sono arrivati numerosi atti di solidarietà, come il gesto di mettersi il pallone sotto la pancia replicato in molti palazzetti dello sport, da parte di colleghe e colleghi sportivi. Questa iniziativa dà seguito alla campagna social #IOLOSO, lanciata dall’associazione Aip (associazione italiana pallavolisti), con lo slogan “Lo sappiamo tutti che alle atlete incinte viene tolto ogni diritto ed è ora di porvi rimedio”. 

Questo rappresenta di certo un caso limite di un mondo che relega le sportive italiane al ruolo di dilettanti: di fatti, la grande maggioranza delle atlete sono costrette a sottoscrivere contratti che prevedono la rescissione automatica in caso di gravidanza – nonostante l’articolo 37 della Costituzione Italiana preveda la parità dei diritti nel lavoro per donne e uomini. Il problema, quindi, diventa più ampio e si scontra con il mancato riconoscimento delle atlete come figura professionale vera e propria: nonostante svolgano lavori a tempo pieno, non godono di retribuzioni mensili fisse, compensi previdenziali, tutele assicurative e contrattazioni collettive. Infatti, secondo la legge sul professionismo 91/1981, il riconoscimento viene demandato alle singole federazioni, che ad oggi ancora considerano le atlete come dilettanti. Nel febbraio 2021, il Consiglio dei Ministri ha approvato cinque decreti legislativi nei quali si prevede il riconoscimento del lavoro sportivo e l’abolizione del vincolo sportivo, inteso come limitazione alla libertà contrattuale dell’atleta. Tuttavia, i decreti lasciano ancora alle federazioni l’arbitrarietà di decidere se una disciplina sportiva è professionistica o no. Ad oggi solo FederCalcio ha richiesto il passaggio di campionati femminili al professionismo sportivo, forse per omologarsi agli altri paesi Europei, in cui le calciatrici godono di più diritti. 

Ma non parliamo solo di Italia: nel 2018, quando la mezzofondista Alysia Montaño comunicò ai manager di Nike che avrebbe voluto un bambino, le fu detto che il contratto sarebbe stato interrotto in caso di gravidanza. Grazie alle denunce di Alysia e alle proteste di altre atlete come Allyson Felix, alla quale furono poste pressioni per rientrare a gareggiare il prima possibile, l’azienda ha deciso di non tagliare più i contratti di sponsorizzazione alle donne che decidono di avere un figlio. 

E così Nike, come altri brand sportivi, hanno fatto negli ultimi anni degli aspetti legati alla gravidanza e alla maternità un loro focus: il video “The toughtest athletes” lanciato da Nike ha spopolato in tutto il mondo ricevendo milioni di views e approvazione. Il filmato, girato durante la pandemia, ritrae campionesse come Serena WilliamsShelley-Ann Fraser PryceNia Ali mentre svolgono attività sportiva in gravidanza e con i loro figli. 

La corsa verso la parità di diritti fra atlete e atleti è quindi iniziata, grazie alla mobilitazione e sensibilizzazione di grandi brand ed esponenti dal mondo sportivo e politico. Tuttavia, la strada da fare è ancora molto lunga, ed è bene che istituzioni sportive e governative prendano la palla al balzo compiendo un passo decisivo e importante verso l’emancipazione femminile. Solo così potremo abbattere una serie di pregiudizi che impediscono di fatto una reale parità di trattamento tra donne e uomini. 

Francesca Dallatana 

1 commento su “Sport e parità di genere: un traguardo ancora (troppo) lontano”

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